venerdì, 13 novembre 2009

A brief history of love

"Public Enemies" è un film che Michael Mann doveva fare. L'idea si fa strada tra i pensieri nel buio della sala durante una sequenza notturna di inseguimenti tra boschi scuri. Sequenza che lascia a bocca spalancata, concreta e spietata: una di quelle che solo Mann è capace di fare. Ma sequenza che scompare nella moltitudine di altri temi, scene, atmosfere, dialoghi, costumi, volti, luoghi, personaggi di cui il film è ricolmo. C'erano tutte le carte per realizzare due ore di cinema esaltante ed implacabile, Michael Mann invece complica ogni cosa. A costo di sacrificare l'azione decide di parlare di scelte, di convinzioni, di fughe soprattutto. Non è un caso che il film si apra con un'evasione. John Dillinger passa la vita a rapinare banche, e a scappare. Scappa, chiaramente, dalla polizia, che lo bracca sempre più stretto, ma ancora di più scappa da se stesso. L'illusione di invincibilità, di onnipotenza non è altro che il carburante che lo fa correre incessantemente su un filo di pallottole e sangue. E' chiuso in un meccanismo che finirà per ingoiarlo, implacabile per quanto forte continui a sparare, e se ne rende conto, episodio dopo episodio. Sempre più complicato mantenere l'equilibrio, lacerante vedere scomparire sotto i propri occhi ciò che più si ama. E lottare comunque, ancora, per restare impassibili, per non farsi scoprire, per provare a fuggire ancora per un po'.

Seduto sul pavimento del Locomotiv tento di tirar fuori una buona foto di Vasco Brondi. Con scarsi risultati. Lui è seduto sul fondo del palco, imbraccia la chitarra acustica ed è immerso in una luce a metà strada tra il viola e il blu. Scatto ma l'immagine viene scura, poco definita. Sono troppo lontano qui per terra in quinta o sesta fila, lui è troppo lontano. Riesco ad avere maggiore fortuna solo allargando l'inquadratura. C'è Marco Philopat al microfono, altissimo e col suo ghigno sbruffone, che legge un brano da "La Banda Bellini". Ai lati, alle chitarre elettriche, Egle Sommacal e Stefano Pilia. Poi si alza anche Wu Ming 2. E' una serata fredda e piena di persone. Fitta di parole che risuonano rabbia e frustrazione. C'è anche Tondelli a un certo punto, con un pezzo su Ibiza alla fine degli anni '80. Una cosa che ho letto almeno dieci anni più tardi e che solo ora, mi accorgo, capisco fino in fondo. Alla fine Vasco Brondi riesco a fotografarlo. Chiude con "La lotta armata al bar" e urla più di quanto ricordassi. Dopo gli applausi esco fuori quasi di corsa.



Jay Retard è molto grosso. Un omaccione che passa veloce tra la gente con le sue spalle larghe e i capelli sporchi. Si sente il tonfo del suo piede che si abbatte sul palco. Il suo concerto è un'apnea in pieno stile Ramones. Un pezzo dietro l'altro, aperto ogni volta dal "One-two-three-four" dell'indistruttibile batterista. Rumoroso, ruvido e potente. Per mezz'ora o poco più crea un microclima sonoro avvolgente e iperattivo dentro al quale mi ritrovo, finalmente, a mio agio. Spingere fuori i pensieri e riempire i vuoti con strati di rumore e voci sguaiate.

Faccio fatica ancora a capire le luci di questa casa. Luminosa di giorno, quando cala il buio gli ambienti si separano tra loro con una nettezza innaturale. Solo riflessi fiochi, spenti più del dovuto, come assorbiti dai mobili, dalle pareti. Il corridoio è pieno di ombre, sembra quasi ci sia un fuoco basso che sta spegendosi da qualche parte. Pochi metri più in là la luce dell'ingresso è accesa, la stanza ben illuminata. Appoggio la schiena sullo stipite della porta, tra il corridoio e la mia camera. Anche l'altra camera, oltre l'ingresso, è illuminata. Arrivano da laggiù le note dei Fanfarlo che provo a seguire distratto. Mi fisso sulle ombre senza avere idea di cosa fare, nessuna decisione, nemmeno se abbandonare o meno questo stipite nell'immediato futuro. Per andare dove? Per fare cosa? Meglio ascoltare i Fanfarlo allora. E' strano: a differenza della luce, le note si diffondono nitide e veloci. Come fossero qui davanti.

Jay Retard > It Ain't Gonna Save Me (mp3)

Scritto da matteb83 alle ore 20:06 || parole, visioni, ascolti || commenti
mercoledì, 21 ottobre 2009

Never lost its lustre

Up è l'ennesimo film Pixar a cui è più che lecito accostare l'aggettivo "straordinario". Avrei potuto dire la stessa cosa anche se fossi uscito dalla sala dopo i primi dieci minuti . Invece, come è ovvio, sono rimasto fino alla fine, titoli di coda compresi, incantanto e pieno di pensieri. E ribadisco: straordinario.

I film che preferisco, quelli che più di tutti restano impressi nella memoria, sono quelli capaci di coivolgermi generando idee a ripetizione, facendo girare piccoli ragionamenti durante e dopo la visione. Spunti minuti sullo sfondo che crescono silenziosi e pacati fino a sorprendermi riempiendo l'intero spazio mentale.



Up è un'omaggio all'avventura più pura, raccontata attraverso uno dei suoi immaginari più classici e potenti: il cielo. Da un lato occhiali e cuffia da aviatore, enormi dirigibili ed esploratori scomparsi dopo viaggi in terre misteriose. C'è spazio anche per una breve ma formidabile ed esilarante sequenza che coinvolge cani e biplani. Poi, l'altro lato, i palloncini: la faccia più quotidiana, fragile e semplice di quanto sopra. Ma in fondo avventurosa allo stesso modo, se non di più.

In bici per le strade del centro, andando verso il cinema, ho zigzagato tra le code di macchine che puntuali si formano nelle ore di pre-cena, ho schivato (di poco) qualche pedone incauto e sono arrivato davanti alla sala con una manciata di minuti d'anticipo. Legata la bici, ho approfittato del tempo a disposizione per raggiungere il supermercato più vicino e raccogliere dagli scaffali un paio di cose necessarie (pane, latte, frutta). Ho scelto la cassa con la coda più veloce (non quella più breve) e ho quasi corso per tornare verso il cinema appena in tempo. A pensarci adesso, un'avventura.

Tornato a casa, appoggiata giacca e borsa, ho ascoltato una veccha canzone che non smetterò mai di amare. Anche lei, come i film Pixar, capace ogni volta di incantarmi e riempirmi di pensieri.

The Lucksmiths > The Golden Age Of Aviation (mp3)

Scritto da matteb83 alle ore 15:40 || parole, visioni, ascolti || commenti
giovedì, 08 ottobre 2009

No time, no hope

Andare a un concerto e non aspettarsi niente toglie il piacere dell'attesa e delle speranze da vedere realizzate. Resta però, almeno, la curiosità ché altrimenti non si farebbe neppure lo sforzo di uscire di casa. E la cosa, a volte, può risultare sorprendente.

I Times New Viking al Covo ieri sera, per dire, hanno suonato un set pienissimo tanto di canzoni che di suoni. In quarantacinque minuti di concerto hanno srotolato una scaletta da una ventina abbondate di titoli, il batterista/cantante Adam Elliott che si sporgeva oltre la cassa alla fine di ogni brano per leggere sul foglio per terra qual era il prossimo pezzo da suonare.

A rendere il fiume di canzoni più gradevole ci ha pensato una resa dal vivo più sopportabile di quanto si sente su disco. Dire più pulita sarebbe un'esagerazione. La chitarra di Jared Phillips toccava apici di distorsione e riverbero capaci di conquistare completamente lo spazio sonoro, fino a riempire la testa di un ronzio appena melodico. L'altra voce, Beth Murphy, faceva uscire dalla sua tastierina suoni di organo elettrico che si piantavano nei timpani appuntiti e senza pietà. Grazie/nonostante tutto questo, i tre sul palco riuscivano curiosamente ad essere meno abrasivi e slabbrati che su disco, più rotondi forse, più avvolgenti.

Il tutto senza mostrare un briciolo di pretenziosità: niente atteggiamenti da star, né da anti-star, niente ironia sorniona, né spocchia seriosa. Salire sul palco, salutare, suonare, sporgersi per leggere il titolo della canzone successiva, suonare ancora. Non è la formula perfetta, non è l'esempio da imitare. Solo, per i Times New Viking funziona, e un mercoledì sera senza pretese si è trasformato in una bella e divertente serata.



Times New viking > Move To California (mp3)

Scritto da matteb83 alle ore 13:52 || parole, ascolti || commenti (2)
martedì, 22 settembre 2009

Their pennies back at them



Fountain
è la più soffusa e malinconica delle dieci soffuse e malinconiche canzoni che compongono "Seasoned Eyes Were Beaming", esordio solista di Sara Lov, voce dei Devics. Il brano, posizionato in fondo alla scaletta, è tra i miei preferiti del disco.

Le parole ripetute nel ritornello, "Don’t you wish you could throw their pennies back at them", hanno risvegliato sin dal primo ascolto pensieri e ricordi sopiti. Un'antica inquietudine da sempre collegata alla pratica di lanciare monetine nelle fontane, o in qualunque specchio d'acqua urbano più o meno famoso. Non ho mai potuto fare a meno di vederci speranze abbandonate al vento: un goffo tentativo di provare a realizzare i propri desideri grazie ad un pizzico di magia elargita dalla credenza popolare. Non è tanto un discorso di superstizione in generale, sono più che altro, credo, il gesto e il contesto a non piacermi. La moneta, l'acqua, il lancio. E davvero anch'io più di una volta, trovandomi a fissare un tappeto sommerso di rame e di metallo, mi sono chiesto se mai a quella fontana non venisse voglia di riconsegnare il suo piccolo patrimonio ai legittimi, sconsolati proprietari. Perché possano farne un uso migliore, delle proprie monete e dei propri desideri.

Ad accompagnare Fountain ora c'è anche un video. Ancora stop-motion (la stessa tecnica utilizzata per il video precedente, quello di "A Thousand Bees"), ma con al centro questa volta i disegni di Seonna Hong. Protagonisti sono i fiori stampati su una carta da parati.

Scritto da matteb83 alle ore 17:29 || visioni, ascolti, figure || commenti
lunedì, 31 agosto 2009

Start over

La seconda canzone è I'm A Loner Dottie, A Rebel... Matt Pryor sembra voler cantare l'attacco ma non fa in tempo a pronunciare le prime due parole, "Come tomorrow", che lascia perdere, la sua voce sovrastata dal coro fortissimo e unisono del pubblico. "Come tomorrow / I'll be on my way back home".

Li ricordo ancora tutti a memoria quei testi. Anche i più vecchi, anche Woodson. Anche quelli degli ultimi album, tipo The One You Want. Non un granché gli ultimi due album, per colpa di una produzione troppo patinata più che altro. Però dentro, qua e là, c'erano canzoni splendide, all'altezza di quelle passate. E dal vivo, senza gli eccessi da studio di registrazione, saltano fuori e colpiscono forte. Campfire Kansas, Stay Gone. Anche queste mandate a memoria, ma non saprei dire quando nè come. Saperlo conta pochissimo. Conta soltanto cantare insieme a tutti gli altri. Insieme a tutti quanti.

La prima canzone, quella con cui aprono il set, è Holiday. Ricordo di aver pensato: "Si sente malissimo, ma chissenefrega". Era già troppo tardi, il singalong generale aveva conquistato l'intero Estragon. Poi ricordo di aver pensato, ma solo di sfuggita: "Le parole di questa canzone hanno molto più significato oggi che dieci anni fa". Ma era un pensiero veloce. Banalmente vero. La canzone dice: "What became of everyone I used to know / Where did our respectable convictions go / Your words don't match the story that your actions show / But what do I know". Esatto, what do I know?

Hanno suonato Valentine, hanno suonato My Apology, hanno suonato Red Letter Day. Action & Action. Ma non sono riuscito a capire perché queste canzoni significano tanto. Perché ancora oggi riescono a coinvolgermi così a fondo. Non voglio saperlo. Centra molto il tempo passato, i ricordi e il confronto tra ieri e oggi. Poi dev'esserci dell'altro, ma non ho voglia di pensarci. Tanto altro. Scoprirlo è troppo difficile e sarebbe inutile. I Get Up Kids hanno suonato ieri sera, un'ora e mezza concentrata in un attimo. Chissà quando torneranno. Chissà se torneranno. E in ogni caso non sarà più la stessa cosa. Inutile spendere energie nel cercare risposte.



L'ultima canzone è Ten Minutes, e ormai non c'è più nessuno capace di stare fermo. Il concerto è tutto qui, racchiuso in questi ultimi tre, quattro minuti. Un riassunto perfetto. La versione compressa di tutta la serata. Poi basta, finisce. Non ha senso chiedere altro. Tutto quello che dovevano fare l'hanno fatto. Senza sbagliare nulla, senza risparmiarsi un secondo. Divertendosi, anche. Si accendono le luci, musica registrata in sottofondo, e mi sento in un attimo catapultato in un altro posto. Stordito e senza voce.

Quando rientrano sul palco per i bis, la prima canzone è Out Of Reach. Questa volta Matt Pryor canta, ma il volume della sua voce è alla stessa altezza di quello delle voci di tutto il pubblico. E' una persona che canta una canzone, semplice e piccola. Un buon giro di accordi e qualche parola. Le risposte probabilmente sono tutte qui. Facili da trovare, quanto ricordarsi di Out Of Reach. E la paura di scoprire quali siano, queste risposte, è ormai smascherata, colpita in pieno dalla luce dei riflettori. Non resta che affrontarla e passare oltre, adesso, prima che il ritornello sia ripetuto per l'ultima volta. "There's room to believe / Out of sight / Out of mind / Out of reach / Start over / It's no way to begin". Capire il perché di quelle parole ancorate alla memoria, cosa sono state, cosa sono ancora, perché vibrano così forte dentro al petto, la gola che brucia per lo sforzo. Trovare le risposte e uscire fuori. Chissà, magari anche una volta per tutte.

Scritto da matteb83 alle ore 15:42 || parole, ascolti || commenti